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Primo giorno di lavoro

La mia esperienza nel mondo della ristorazione è iniziata con una chiamata dalla sala telefoni della scuola alberghiera (I.P.S.A.R. Giuseppina Colombatto di Torino).
Sì, avete capito bene, sala telefoni: gli studenti non avevano il cellulare all'epoca, in una sala al pianterreno avevamo i telefoni a gettone e moneta (e sì, c'erano ancora le lire).
Io e la mia amica Monica decidemmo di iniziare a lavorare, noi eravamo nel settore segreteria e i nostri amici che frequentavano sala-bar ci raccontavano le loro avventure come extra in ristoranti ed alberghi. Volevamo provarci anche noi.
Con le pagine gialle alla mano (..e uffa, sì, pagine gialle... non c'era neanche internet, va bene????) cominciammo le nostre millemila telefonate durante l'intervallo. Fino a che giunse una risposta positiva: potevamo andare a provare all'Antica Zecca, Jet Hotel, un quattro stelle a Caselle, areoporto di Torino.
Ci chiesero della nostra esperienza.... nulla, l'unica cosa che avevamo fatto erano i servizi del sabato alla mensa della scuola (si simulava il lavoro in ristorante, a noi di segreteria facevano servire l'acqua al tavolo. L'acqua, attenzione, non il vino, che per quello ci volevano già maggiori competenze).
Ma avevano bisogno per un grosso evento della San Paolo, per cui ci fissarono un servizio.
Andai a comprare la camicetta bianca, la gonna nera, le scarpe nere.
Ecco, le scarpe. E' la prima cosa che impari, a tue spese, lavorando in sala. Le scarpe.
L'errore con cui tutti i camerieri alle prime armi fanno i conti.
Di solito che fai? Vai in negozio, provi le scarpe, le scegli belle comode, e le tieni lì pronte per il primo servizio.
ERRORISSIMO. Mai andare a lavorare con le scarpe nuove, ma neanche se ti son sembrate pantofole quando le hai provate. Mai. Quando ti ritrovi a metterci i piedi per dieci ore consecutive diventano strumenti di tortura, il male parte dai piedi e via via si espande: caviglie, gambe, schiena. Impari ad indossarle un po' prima di battezzarle al lavoro. Una lezione che non ti scordi.
Tanto più se il tuo primo servizio si svolge in un ex convento con pianta a U e la sala dove ti mettono a lavorare è nell'ala opposta a quella dove ci sono le cucine, e ci sono 500 persone da servire, e tu non sai fare nulla e puoi solo correre. Non per nulla gli ultimi dei camerieri sono chiamati "runner", buoni solo a correre avanti e indietro.
Il maitre che ci accoglie, il signor Vai, è un uomo molto elegante, portamento distinto, maniere cortesi, proprio quello che ti aspetteresti da un perfetto maitre d'hotel. Siamo un po' in soggezione, ma lui è talmente gentile che ci mette a nostro agio, ci dice di non preoccuparci, che impareremo: dobbiamo solo tenere occhi e orecchie aperti, seguire sempre il caposervizio, e copiare quello che fanno gli altri.
Cominciamo a credere che non sarà difficile, e lui ci affida al nostro caposervizio per quel giorno: il sommelier Antonio, detto Totò, il Gordon Ramsay del servizio in sala.
Ci presentiamo carine e sorridenti e lui ci stronca subito, con un'occhiata cattiva. Non abbiamo aperto bocca ma lui lo ha già capito che è la prima volta che entriamo in un ristorante. Quando scopre che non seguiamo neanche il corso di sala bar all'alberghiero diventa ancora più maldisposto nei nostri confronti:
- Almeno i piatti li sapete portare?
- Sì, uno in una mano e uno nell'altra.
Alza gli occhi al cielo, sta iniziando ad odiarci, ma ci dà la prima importante lezione sul servizio in sala, che non ho mai più scordato.
- Bene. Se non sapete usare le braccia, allora dovrete usare le gambe, e farlo meglio dei vostri colleghi. Dovete correre più veloce di tutti gli altri: nel tempo in cui loro fanno un giro voi dovete farne due.

Insomma, se ti manca l'esperienza usa la forza di volontà, se gli altri son più capaci tu puoi essere più veloce. Così cominciai a capire il significato del lavoro.

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